Il potere, la dipendenza e l’illusione di autonomia: una riflessione sociologica

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Nel corso della mia esperienza professionale, mi sono trovato a riflettere su come il potere sia spesso una costruzione relazionale, più che una qualità intrinseca dell’individuo. Recentemente, ho vissuto in prima persona una dinamica che mi ha portato a interrogarmi sulle strutture di dipendenza e sulle illusioni di autonomia che caratterizzano molte relazioni di potere. Mi è stato affidato un compito importante: gestire e ridurre gli sconfinati in una banca. Al termine del primo anno, sono stato elogiato per il “buon lavoro” svolto e mi è stato chiesto di ripetere l’incarico con la motivazione: “lo affido a te perché so che farai anche quest’anno un ottimo lavoro”. In superficie, questo riconoscimento poteva sembrare una conferma delle mie capacità, ma, riflettendoci, ho iniziato a vedere come questa dinamica nascondesse una forma di manipolazione comportamentale basata sull’ego.  

Questa esperienza mi ha portato a pensare a come il potere sia spesso esercitato attraverso meccanismi sottili di dipendenza e controllo. Hannah Arendt, nel suo saggio "Sulla violenza", ha sottolineato come il potere non risieda nell’individuo, ma nelle relazioni tra le persone. Nel mio caso, il riconoscimento del “buon lavoro” non era solo un atto di apprezzamento, ma uno strumento per rafforzare la mia adesione a un sistema di aspettative e obblighi. Siamo convinti di essere autonomi e capaci, ma in realtà la nostra  “capacità” può essere semplicemente funzionale a una struttura più ampia che ci utilizzava per raggiungere i loro obiettivi.  

Michel Foucault, nel suo lavoro sul potere e la soggettivazione, ha mostrato come il potere non sia semplicemente repressivo, ma produttivo: crea soggetti che interiorizzano determinati ruoli e comportamenti. Nel mio caso, l’elogio ha agito come una forma di disciplinamento, rafforzando la mia identità di “lavoratore capace” e spingendomi a riprodurre comportamenti utili al sistema. Questo processo è particolarmente evidente nelle relazioni asimmetriche, come quelle tra attori egemoni e subordinati.  

Penso, ad esempio, a figure come Bin Laden o altri leader che, dopo essere stati strumentalizzati da potenze come gli Stati Uniti, sono stati abbandonati o eliminati una volta cessata la loro utilità. Questi casi mostrano come il potere dei subordinati sia spesso legittimato e sostenuto dall’appoggio esterno di un attore egemone. Quando questo sostegno viene meno, il potere crolla, rivelando la fragilità di una posizione che sembrava solida. Questo fenomeno può essere interpretato attraverso la *teoria della dipendenza*, che evidenzia come il potere sia una costruzione relazionale e non una qualità intrinseca.  

La mia esperienza lavorativa, sebbene su scala ridotta, riflette questa dinamica. Il riconoscimento del “buon lavoro” ha agito come una forma di controllo, rafforzando la mia adesione a un sistema che mi utilizzava per i suoi fini. Questo mi ha portato a interrogarmi su quanto della mia “autonomia” fosse reale e quanto, invece, fosse il risultato di una manipolazione sottile.  

Oggi, osservando la situazione di Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, vedo un esempio emblematico di questa dinamica. Zelensky, che per anni è stato sostenuto dalla Casa Bianca come alleato chiave in una regione strategicamente cruciale, sembra aver terminato il suo ruolo di “servo” utile. Due giorni fa, durante la sua visita a Donald Trump, è stato ufficialmente “scaricato”, segnando la fine di un’alleanza che aveva legittimato il suo potere. Questo episodio mi ricorda quanto sia pericoloso per i subordinati non accettare la modificazione della propria situazione relazionale.  

Zelensky, come molti altri prima di lui, potrebbe non accettare di aver perso il potere che derivava dal sostegno americano. Tuttavia, la storia ci insegna che i “servi” che rifiutano di riconoscere la fine del loro ruolo spesso finiscono male. Bin Laden, Saddam Hussein e molti altri sono esempi di come il potere, quando non è più sostenuto dall’attore egemone, si sgretoli rapidamente, lasciando il subordinato esposto e vulnerabile.  

In conclusione, il potere è una costruzione sociale che dipende da reti di relazioni e supporti esterni. Quando questi supporti vengono meno, l’illusione di autonomia si dissolve, rivelando la precarietà della posizione dei subordinati. Hannah Arendt e Michel Foucault ci aiutano a comprendere come il potere non sia mai neutro, ma sia sempre intrecciato a dinamiche di dipendenza, controllo e soggettivazione. La mia esperienza personale, sebbene limitata, mi ha permesso di vedere come queste dinamiche operino anche nei contesti microsociali, influenzando le nostre percezioni di autonomia e capacità.  

Zelensky, oggi, si trova di fronte a una scelta: accettare la nuova realtà relazionale o rischiare di fare la fine di chi, prima di lui, ha creduto di poter sopravvivere senza il sostegno del proprio “padrone”. La storia, purtroppo, non è clemente con chi non sa riconoscere la fine di un’epoca.

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