Salim El Koudri e il Locus della Colpa: quando la società forma le aspettative e poi le tradisce
Orizzonti SocioPolitici — maggio 2026
Daniele Senatore
C'è una frase che Salim El Koudri aveva scritto sulla sua bio di Instagram. Una frase rimasta lì, senza risposta:
«Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba.»
Non è la frase di un nemico. È la frase di qualcuno che si sentiva escluso da un codice — non da una nazione straniera, ma da quella in cui era cresciuto. È la frase di qualcuno che cercava un riconoscimento che non arrivava.
Il 16 maggio 2026, su via Emilia Centro a Modena, quell'assenza ha prodotto una tragedia.
Nei giorni successivi ascolteremo due narrazioni opposte e ugualmente inutili: quella che trasforma Salim in un simbolo dell'immigrazione incontrollata e quella che lo assolve in nome di ogni contestualizzazione possibile. Entrambe cancellano la persona concreta. Entrambe impediscono di capire.
La sociologia offre qualcosa di diverso: non un verdetto, ma una grammatica. E quella grammatica, nel caso di Salim, parla con una chiarezza quasi dolorosa.
Il Locus della Colpa e la sua direzione
Nel Modello di Acculturazione Condizionale (MAC), una delle variabili centrali è il Locus della Colpa nella sua dimensione direzionale: non semplicemente se un migrante attribuisce la responsabilità della propria sofferenza a un agente esterno, ma verso quale esterno orienta il proprio risentimento.
La letteratura classica sulla radicalizzazione reattiva — Roy, Kepel, Khosrokhavar — ha già descritto il meccanismo: i figli dell'immigrazione, nati e socializzati nel paese ospitante, si scontrano nell'ingresso alla vita adulta con un muro di non riconoscimento. Vengono trattati da stranieri nonostante si sentano pienamente parte della società in cui sono cresciuti. Questa dissonanza genera frustrazione, e la frustrazione cerca una spiegazione morale: la colpa viene attribuita alla società ospitante. Il MAC non contraddice questa analisi — la include come caso speciale, e ne spiega le condizioni di possibilità.
La variabile decisiva non è se il risentimento è esterno, ma verso quale esterno. Il MAC identifica tre configurazioni.
Nella Configurazione A il risentimento è orientato verso il paese d'origine: il governo che ha fallito, il sistema economico che non ha offerto condizioni dignitose, la società che ha costretto alla partenza. Questa configurazione — la più diffusa nella prima generazione — produce un effetto paradossale ma potentissimo: il confronto implicito del migrante non è tra la propria condizione attuale e un ideale di pieno riconoscimento, ma tra la condizione attuale e quella che si sarebbe avuta restando. Quel confronto, quasi sempre, produce un bilancio positivo per il paese di arrivo. Il risentimento verso l'origine disinnesca il potenziale antagonismo verso la società ospitante.
Nella Configurazione B il risentimento è diretto verso agenti geopolitici terzi — lo Stato aggressore, la comunità internazionale inadeguata, potenze percepite come responsabili della destabilizzazione. Anche qui, il bersaglio non è la società in cui si vive. Nei contesti locali sufficientemente inclusivi, questa configurazione può evolvere in partecipazione civica: il territorio di accoglienza diventa partner di una narrazione di ricostruzione.
Nella Configurazione C il risentimento è diretto verso la società ospitante. Il MAC non descrive questa configurazione come universale — come invece fa implicitamente la teoria standard — ma come il prodotto di una condizione biografica specifica: l'assenza di un bersaglio alternativo disponibile.
Il padre e il figlio: una frattura generazionale
Il padre di Salim era conosciuto alla comunità islamica di Ravarino.
«Un gran lavoratore, di quelli che fanno casa, lavoro, casa.»
Aveva una rete: la moschea, i connazionali, il lavoro. Salim non aveva niente di tutto questo.
Questa asimmetria non è casuale. È strutturale, e il MAC la illumina con precisione.
La prima generazione dispone quasi sempre di un bersaglio alternativo del risentimento. Quel bersaglio non viene costruito artificialmente né suggerito da politiche di integrazione: esiste per ragioni biografiche. L'esperienza vissuta di abbandono, oppressione o fallimento nel paese d'origine è reale, e orienta il risentimento lontano dalla società ospitante. È un fattore protettivo che emerge dalla storia personale, non da un'ideologia.
Salim era nato a Bergamo. Cresciuto a Ravarino da quando aveva cinque anni. Si era laureato in economia. Il paese d'origine era per lui un immaginario trasmesso dalla famiglia, non un'esperienza vissuta. Non poteva essere bersaglio di un risentimento fondato su qualcosa di reale. L'unico orizzonte di vita, di aspettative e di delusioni era l'Italia. Quando l'Italia non lo ha riconosciuto — né nel lavoro, né nelle relazioni, né nel sistema di cura — non esisteva nessuna alternativa verso cui orientare la propria rabbia.
Nella terminologia del MAC: Locus Esterno-Ostile per esclusione di alternative biografiche, non per scelta ideologica.
Il problema strutturale italiano: l'etichettamento senza valvola di sfogo
C'è però una variabile che né la teoria standard né il solo framework del Locus riescono a cogliere pienamente: la specificità del contesto territoriale italiano, e in particolare di certe aree del Nord.
La seconda generazione in Italia non vive semplicemente un problema di aspettative deluse. Vive qualcosa di più continuo e pervasivo: un etichettamento negativo costante, reiterato in ogni angolo della vita quotidiana. Nel quartiere, a scuola, nel mercato del lavoro, nelle relazioni sentimentali, nelle interazioni con le istituzioni. Non come episodio straordinario, ma come rumore di fondo permanente. L'insulto del vicino, il cognome che chiude una porta, lo sguardo nel negozio, il collega che ti chiede «ma di dove sei veramente?»
Questo non è soltanto stigma nel senso goffmaniano — gestibile con strategie di passing o di compartimentazione identitaria. È qualcosa che assomiglia a ciò che la letteratura anglosassone chiama racial battle fatigue: lo sfinimento prodotto dall'esposizione prolungata a microaggressioni e negazioni sistematiche del riconoscimento. Un logorio che si accumula senza che il soggetto possa mai depositarlo da qualche parte.
La domanda decisiva, che il MAC pone in forma operativa, non è solo dove orienta il Locus, ma se esiste uno spazio in cui la pressione si può allentare. Un luogo — fisico, relazionale, simbolico — in cui il soggetto possa fare esperienza, anche parziale e temporanea, di essere riconosciuto come persona intera e non come categoria sospetta.
Quando questo spazio non esiste, il meccanismo cambia natura. Non è più un problema di orientamento del risentimento: è un problema di esasperazione cumulativa senza sbocco. L'esasperazione non produce necessariamente violenza ideologica o radicalizzazione nel senso tecnico del termine. Produce — per usare la categoria di Portes — sabotaggio: atti di rottura, episodi di violenza, comportamenti autodistruttivi che non seguono una logica narrativa coerente ma sono la risposta elementare di un organismo che ha esaurito le risorse di adattamento.
Salim non era un estremista. Era qualcuno che aveva smesso di andare al centro di salute mentale, che comprava gratta e vinci da solo in tabaccheria, che fissava il muro per dieci minuti prima di scegliere il biglietto. Un uomo a cui il sistema aveva tolto anche l'ultimo spazio di contenimento, senza che nessuno se ne accorgesse.
Un caso limite che illumina il meccanismo: i centri di prima accoglienza
Prima di proseguire con l'analisi del caso apro una piccola parentesi.
Il caso di Salim riguarda la seconda generazione. Ma esiste una condizione in cui anche la prima generazione — quella che dispone normalmente del fattore protettivo del Locus Interno — può arrivare a dinamiche analoghe di esasperazione. Una condizione in cui persino il bersaglio alternativo del risentimento rischia di essere sopraffatto dalla pressione strutturale.
Si tratta dei centri di prima accoglienza.
Un migrante rinchiuso in un centro vive una doppia umiliazione strutturale: all'interno, condizioni spesso degradanti, sovraffollamento, sospensione totale dell'agency — quello che il MAC chiama presenza sospesa, in cui né la stabilità giuridica né il riconoscimento simbolico sono raggiungibili. All'esterno, quando l'uscita è consentita, trova in molte aree del paese un ambiente che lo etichetta negativamente in ogni interazione: nel negozio, sul bus, in strada, negli uffici.
Il meccanismo che si produce non è esattamente quello del Locus Esterno-Ostile. È qualcosa di strutturalmente diverso e per certi versi più acuto: stress oppressivo cumulativo senza valvola di sfogo. Anche un soggetto con un Locus Interno solido, che non nutre risentimento verso la società ospitante, può essere portato all'esasperazione se le condizioni materiali e relazionali sono quelle di un'umiliazione continua, senza pause, senza spazi in cui sentirsi persone intere.
Nella condizione ordinaria del migrante economico, anche in condizioni di precarietà, esistono spazi di decompressione. La rete co-etnica, il luogo di culto, il bar dove si è conosciuti, il collega con cui si mangia. Spazi in cui il soggetto può, almeno temporaneamente, essere riconosciuto come persona e non come categoria. Questi spazi funzionano come regolatori dello stress accumulato: non risolvono le condizioni strutturali, ma impediscono che l'esasperazione raggiunga la soglia critica.
Il centro di prima accoglienza, nella sua forma peggiore, elimina sistematicamente questi spazi. All'interno non c'è privacy né progettualità; all'esterno c'è ostilità. È una struttura che produce esasperazione per costruzione, indipendentemente dal Locus della Colpa del soggetto e dalla sua storia biografica.
Le implicazioni sono due, e vanno tenute distinte.
La prima riguarda l'interno dei centri: migliorare le condizioni materiali non è soltanto una questione di dignità — è una misura di prevenzione concreta. La sospensione prolungata in condizioni umilianti non produce rassegnazione; produce accumulo.
La seconda riguarda l'esterno: non è sufficiente permettere l'uscita dal centro se il territorio circostante è un ambiente di stigmatizzazione sistematica. Ciò che serve è la costruzione attiva di contesti coinvolgenti — reti associative, spazi culturali, occasioni di lavoro e di incontro — in cui il migrante possa fare esperienza concreta di essere riconosciuto come soggetto. Non si tratta di buonismo: si tratta di interrompere il circuito di stress cumulativo prima che raggiunga la soglia critica. Ogni fattore protettivo ha una soglia di saturazione. Oltre quella soglia, quello che rimane non è più una strategia di acculturazione: è la risposta elementare di un organismo che non trova nessuna via d'uscita.
Ritorniamo ora al caso di Salim.Il paradosso modenese e il limite strutturale della sensibilizzazione
C'è un elemento di questa storia che merita di essere detto con onestà.
Modena non è una città qualsiasi: dal 2010 ospita MàT, la Settimana della Salute Mentale, uno dei più importanti festival italiani dedicati a questi temi. Il Dipartimento di Salute Mentale dell'AUSL modenese ha raggiunto l'obiettivo contenzione zero nei reparti psichiatrici. Ha lavorato esplicitamente sul tema delle seconde generazioni e della salute mentale dei giovani migranti.
Eppure Salim El Koudri — cresciuto a 15 chilometri da Modena, nel territorio servito da quel Dipartimento — è scivolato fuori dal sistema nel 2024, silenziosamente.
Non lo dico per sminuire quel lavoro straordinario. Lo dico perché questa contraddizione ha un nome sociologico preciso: la sensibilizzazione culturale non sostituisce il follow-up attivo. Una comunità può avere la cultura della cura e non avere i meccanismi istituzionali per andare a cercare chi smette di presentarsi. La cultura apre spazi — ma non può telefonare a chi è sparito.
Se anche Modena, con tutto quello che ha costruito, non riesce a tenere dentro il sistema un uomo come Salim, cosa dobbiamo aspettarci dal resto d'Italia?
Quello che la politica non vuole capire
Salvini ha scritto: «Criminale di seconda generazione.»
È interessante notare che questa etichetta compie, specularmente, la stessa operazione che Salim compiva nelle sue narrazioni sui social: sostituisce la persona concreta con un simbolo. 1.Salim si costruiva come genio incompreso 2; Salvini lo trasforma in emblema di una categoria.
Dal punto di vista sociologico, le due operazioni sono isomorfe: entrambe cancellano la persona reale per sostituirla con un fantasma utile a una narrazione preconfezionata.
Ma la seconda è peggio della prima, per una ragione precisa: distrugge deliberatamente la possibilità di capire, e quindi di prevenire. Se il problema è «le seconde generazioni», la soluzione è più controllo, più decreti, più espulsioni. Se il problema è un uomo con un disturbo psichiatrico grave, con una traiettoria sociologicamente leggibile e un Locus della Colpa orientato verso l'unico orizzonte che conosceva, allora la soluzione richiede investimenti nella salute mentale, politiche di riconoscimento reale, follow-up attivo su chi interrompe i percorsi di cura.
La seconda soluzione costa. La prima produce consenso.
In Italia nel 2024 sono state assistite dai servizi di salute mentale 845.516 persone. Solo il 5% degli psicologi lavora nel pubblico. I Dipartimenti di Salute Mentale sono diminuiti da 183 a 139 in dieci anni. Per garantire un sistema adeguato servirebbero 2 miliardi in più all'anno. Questi non sono numeri di opinione: vengono direttamente dal Rapporto del Ministero della Salute.
Etichettare quest'uomo come «criminale di seconda generazione» non è solo razzismo. È la distruzione deliberata di qualsiasi possibilità di imparare qualcosa da quello che è successo.
Una domanda che non possiamo smettere di farci
C'è una frase che Salim El Koudri aveva scritto sulla sua bio di Instagram. Una frase rimasta lì, senza risposta:
«Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba.»
Quella frase descrive qualcuno che sentiva la distanza dagli altri come un problema da risolvere, non come una guerra da combattere. Qualcuno che padroneggiava un codice — l'arabo, la lingua dei padri — ma non riusciva a decifrare il codice intorno a lui. Qualcuno che viveva in quella terra di nessuno che è la condizione di tanti figli di migranti: troppo italiano per appartenere al mondo dei genitori, troppo «straniero» per essere pienamente accolto nel mondo in cui era nato. Senza valvola di sfogo. Senza nessuno spazio in cui sentirsi intero.
Una comunità non è semplicemente un insieme di persone nello stesso luogo. È una rete di vulnerabilità riconosciute, di responsabilità reciproche, di attenzione condivisa. È la capacità di leggere la grammatica degli altri — anche di quelli che non sanno farsi leggere.
Quante altre persone sono adesso in quel vuoto — italiane e non, di seconda generazione e non, rinchiuse in un centro o disperse in una palazzina di provincia — con una frase incompresa sulla bio di Instagram e nessuno che la legga?
Cosa stavamo facendo mentre quella frase rimaneva senza risposta?
Daniele Senatore
Orizzonti SocioPolitici — maggio 2026
Nota teorica: il Modello di Acculturazione Condizionale (MAC), il Locus della Colpa nella sua dimensione direzionale e la matrice SGS×RSS sono sviluppati in forma sistematica in Senatore (2025a, 2025b, 2025d), disponibili su questo blog. Il presente articolo applica il framework MAC a un caso di cronaca e non costituisce analisi clinica né perizia giuridica.
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